La ricreazione del mondo

Le reti telematiche coprono l’intero pianeta, milioni di banche dati sono accessibili a chiunque si allacci al sistema, il World Wide Web si approssima sempre più all’archivio globale della conoscenza, che l’interattività può riconnotare come un enorme ipertesto coniugando fruizione e produzione. Ma, leggiamo sull’ultimo numero di Virtual, Internet è prossima al collasso per overload, sovraccarico. Vorrei citare Christian Huitema, che pone a mio avviso la questione fondamentale:

L’informazione è come una droga. Si possono passare giorni e giorni nel ciberspazio soltanto leggendo testi e guardando immagini. Ma allora anche il giovane monaco che nel Medioevo entrava nella Biblioteca del suo monastero, avrebbe potuto avere la stessa impressione. Come si trova la strada nel ciberspazio? Il giovane monaco aveva lo stesso problema. Senza una guida, si passa da scaffale a scaffale, da server a server. E’ chiaro che Internet necessita dell’equivalente del catalogo di una biblioteca. Questa è una cosa che i computer fanno molto bene, e non ho dubbi che emergeranno prodotti di questo tipo. La vera ragione del successo del World Wide Web sta nella sua navigabilità: è facile girare le pagine, e in un certo senso la sua struttura ipertestuale costituisce di per sé una forma di catalogazione. Ma sarà l’educazione degli utenti la cosa più importante. Dobbiamo imparare a gestire questo nuovo potenziale, in modo che diventi una fonte di conoscenza piuttosto che una droga.

Il catalogo: ma, ci insegna Borges, il catalogo della biblioteca di Babele contiene migliaia di cataloghi falsi, e anche la dimostrazione della falsità del catalogo autentico. Ogni catalogazione, categorizzazione o tassonomia perfettamente fruibile dovrebbe essere universalmente condivisa e/o autoevidente. Entrambe le condizioni venivano soddisfatte dal sistema mnemotecnico di Giulio Camillo Delminio, nel cui Teatro della memoria lo scibile si disponeva omologamente a un’immagine del cosmo ordinata e gerarchica, secondo la visione neoplatonica. L’enciclopedia diventava un modello del mondo, e la topologia sostituiva il catalogo. Noi viviamo in tempi di pensiero debole, la nostra enciclopedia è rizomatica, e non abbiamo le coordinate necessarie a tracciare una mappa. L’allegoria dell’Isola del giorno prima di Umberto Eco è eloquente. La soluzione potrebbe venirci dalla realtà virtuale. Le descrizioni che Gibson, a partire da Neuromante, fa del ciberspazio, della organizzazione dei dati in termini architettonici ed urbanistici e della possibilità di averne una visione globale per poi penetrarvi e aggirarvisi mi induce a sperare nella possibilità di creare uno spazio semantizzato, tri o polidimensionale, navigabile in quanto ordinato. E mi sembra quanto mai suggestivo che al secondo convegno sulla realtà virtuale l’architetto Michael Benedikt abbia prospettato la possibilità di strutturare gli archivi informatici secondo i modelli emanazionistici neoplatonici.

Insomma, io saluto ottimisticamente nella realtà virtuale l’avvento dell’unico vero ipertesto totale, macchina noetica e fantastica, serbatoio e laboratorio per la scienza e per l’arte. Ma l’accenno di Huitema alla possibilità che la fonte di conoscenza, e dunque di libertà, si tramuti in droga, e dunque in una nuova forma di dipendenza, mi fa pensare all’accoglienza controversa che la realtà virtuale sta ricevendo a livello di teoresi. Come ogni tecnologia suscettibile di cambiare radicalmente la nostra concezione del mondo e di noi stessi, essa provoca una dialettica accesa tra gli apocalittici che la indicano come potenziale minaccia per l’uomo e gli entusiasti che, con metafore significativamente magiche e religiose, ne attendono una estensione esaltante delle capacità umane, addirittura una loro travalicazione preternaturale. Ovviamente, entrambe le posizioni sottendono concezioni contrapposte della natura umana e soprattutto della relazione mente-corpo.

Come sempre accade, le visioni degli utopisti finiscono con l’essere contigue a quelli delle Cassandre. Si pensi al dibattito scatenato da Elemire Zolla, che a partire dal libro Uscite dal mondo ha indicato nella realtà virtuale la possibilità di accedere a esperienze liberatorie e salvifiche di tipo mistico-sciamanico, ponendosi così a fianco di Timothy Leary, già profeta dell’LSD, al quale Zolla rimproverava di battere le "troppo facili" via psichedeliche verso il trascendente. In un saggio dal titolo altrettanto eloquente di quello di Zolla, Nemici a se stessi, Abruzzese osserva che la scomparsa della macchina corpo nella macchina pensante del computer in Zolla assume più che una venatura di felice e liberatorio suicidio collettivo della finitezza umana in una mente "angelica".

Ma con Zolla siamo ancora ad una motivazione nobile, per quanto discutibile, dell’abbandono del corpo. Decisamente repellente la visione di Lino Monti, che ha descritto la sua utopia nello squallido libello Virtuale è meglio, al culmine del quale descrive l’avvento della società virtuale: i corpi mantenuti in uno stato di inerzia permanente in un luogo chiamato COEMETERIUM, le menti viventi entro corpi virtuali in un virtuale "Paradiso", liberi di godersi "tutti i passatempi e tutte le amene follie". Quanto al problema della morte, esso viene semplicemente rimosso, la democrazia irrisa, si prepara per il genere umano la "soluzione finale". L’altezza degli argomenti può essere colta da frasi come questa: La specie umana si estingue? E chi se ne frega? Il mio spirito volerà sopra le macerie della specie e si farà una bella risata.

Insomma, l’esaltazione del virtuale come luogo di evasione, quanto più stolida e immorale si configura, tanta più acqua porta al mulino di coloro che ne paventano le implicazioni. Tra essi vorrei citare Baudrillard:

L’Uomo Virtuale, immobile davanti al suocomputer, fa l’amore attraverso lo schermo e segue i suoi corsi per teleconferenza. Diventa un handicappato nel movimento e per giunta molto cerebrale. E’ questo il prezzo che deve pagare per diventare operativo. Possiamo supporre che un giorno gli occhiali o le lenti a contatto diventeranno protesi integrate di una specie in cui lo sguardo sarà ormai scomparso e allo stesso modo possiamo temere che l’intelligenza artificiale con i suoi supporti tecnici diventerà la protesi di una specie in cui il pensiero sarà ormai svanito. L’intelligenza artificiale è senza intelligenza, perché è senza artificio. Il vero artificio è quello del corpo nella passione, del segno nella seduzione, dell’ambivalenza nei gesti, dell’ellissi nel linguaggio, del motto che altera il senso, e che per questo si chiama motto di spirito

e Virilio:

Secondo Ireneo di Lione "La gloria di Dio è l’uomo vivente". Diciassette secoli più tardi il corpo vivente sarà diventato un involucro regalo e il corpo morto un semplice involucro perduto? Dio è morto...sì, ma fino a dove? fino a questa profanazione dei corpi viventi mediante tecniche di sostituzione adattate al sistema nervoso, droghe chimiche o elettroniche capaci di alienare definitivamente le sensazioni immediate? O ancora, fino a quei cimiteri dove si giocano in notturna dei "finali di partita" che Beckett non avrebbe voluto?

Sulle due posizioni estreme, fautori ed esorcisti del virtuale finiscono col porre al centro del dibattito il corpo, inteso come limite o come irrinunciabile condizione della nostra umanità. Siamo all’esasperazione del dualismo mente/corpo, e Cartesio viene spesso chiamato in causa dalla letteratura critica sul virtuale, anche se la dicotomia e la sua connotazione assiologica, di valorizzazione della mente e dello spirito a scapito del corpo e della "carne", ha una ben più lunga e culturalmente decisiva storia, con antiche radici filosofico-religiose. [Di passaggio, vorrei ricordare le osservazioni dell’artista/programmatrice Sally Prior, che ricorda il ruolo che nella genesi del pensiero cartesiano ebbero i sogni e il suo interesse per gli automi e la bambola meccanica Francine. Eppure è proprio il "Sè algoritmico" di ascendenza cartesiana quello che rimuove il corpo, l’inconscio e il femminino, una triade collocata sulla stessa polarità negativa].

Anche a livello culturale il processo di dematerializzazione della realtà è antico quanto l’uomo, o quanto la sua attività simbolica, e la tecnologia ha avuto un’evoluzione coerente a tale progetto. Dalle macchine come estensione del corpo siamo passati alla tecnologia della "mente pura" come la descrive Parisi: La mente pura è la mente senza corpo, senza cervello, senza sistema ormonale, immunitario, ecc., senza animali e piante nel nostro passato, senza una storia di evoluzione "selvaggia" alle spalle, senza il rumore, l’approssimazione, la casualità dei fenomeni biologici. E’ la mente che si pone il problema, lo contempla con freddezza, dispone tutto per risolverlo, conoscenze, previsioni, valutazioni, confronti e lo risolve. Ma la mente umana non è pura, e il computer non può esserne un modello. La storia della ricerca nel campo dell’Intelligenza Artificiale sta a dimostrarlo, soprattutto coi suoi fallimenti. L’apparato cognitivo umano ha due modi fondamentali di funzionamento: quello simbolico-ricostruttivo e quello percettivo-motorio, che è quello primario. La nostra tradizione culturale ha privilegiato il modo simbolico, ma quello percettivo-motorio ha avuto un lunghissimo sviluppo filogenetico, e si rivela ancora irriproducibile dalla macchina, che invece pareggia e supera l’uomo sul piano logico-computazionale. Abbiamo ottimi software scacchisti, ma non ancora macchine capaci di distinguere e manipolare i pezzi su una scacchiera con la nostra facilità.

Se all’apice di questo processo culturale sta il computer, l’avvento della realtà virtuale può significare una svolta copernicana, restituendo centralità al corpo e ai sensi. La preminenza della vista cederà alla cooperazione del tatto, dell’udito, della sinestesia; alla frontalità dello schermo si sostituirà l’immersione tridimensionale; al punto di vista fisso il punto d’esistenza mobile. Per citare Antinucci, si può dire che la realtà virtuale si avvii a chiudere la lunga deviazione della "mente disincorporata" recuperando finalmente il "corpo della mente" e rimuovendone le limitazioni di compresenza nello spazio-tempo che avevano originariamente portato al suo allontanamento: pratico prima, teorizzato poi.

Quasi tutti i saggi raccolti nel volume Il corpo tecnologico concordano sul fatto che le tecnologie a venire ci condurranno a riconsiderare la dicotomia mente-corpo sul piano dell’intelligenza. Alla luce di queste considerazioni ci si potrebbe interrogare su altre forme di interazione uomo-macchina, sulla concezione della mente come software e del corpo come uno tra i tanti hardware possibili, sulle prospettive convergenti della robotica - disposta a trasferire il patrimonio culturale dell’umanità alla macchina, delegandole l’evoluzione - e della tecnologia dei cyborg, accoglienti macchine nel proprio corpo sino a vuotarlo per farne un contenitore di congegni e, come vuole Stelarc, di opere d’arte. Il problema del corpo sostitutivo, insomma. E bisognerebbe anche parlare di un argomento che parebbe di massima coincidenza psicosomatica, l’Eros, magari confrontando il saggio di Heim sull’Ontologia erotica del ciberspazio, che muove dall’Eros platonico e dalla monadologia leibniziana, alle trivialità del sesso virtuale e della Dildonics. E’ di questi giorni l’uscita d’un romanzo dal titolo Mutande virtuali.

Ma non posso dilungarmi e voglio toccare due temi più strettamente coerenti col convegno del DARS. La già citata Sally Prior nel saggio Immaginare di essere un computer riporta un passo di Elizabeth Grosz secondo cui l’ossessione patriarcale si giustifica con la presunzione che le donne, più degli uomini, siano legate alla loro corporeità... [Le donne] sono considerate più naturali e più influenzate dalla biologia e meno culturali ecc. Per quanto abbiamo detto, questa categorizzazione sessista della corporeità, parallela ai dualismi già ricordati, potrebbe tradursi in una investitura della donna a protagonista (o antagonista) privilegiata del virtuale. Non a caso molti sono gli approcci femministi alle neotecnologie. Sadie Plant, ad esempio, sostiene che le storie di intelligenza macchinica e di liberazione della donna [sono] contemporanee. I primi computer e i primi programmatori di computer furono donne: Ada Lovelace - anche sotto l’influenza dell’oppio - scrisse il primo programma per computer cento anni prima che Grace Murray Hopper programmasse Mark I. Il 1948 vide la pubblicazione di Cibernetica di Wiener e del Secondo sesso di Simone de Beauvoir e, risalendo ancora nel tempo, afferma che Il mostro di Frankenstein fu naturalmente il sogno di una giovane donna e indotto dall’oppio. E’ con Mary Shelley che la connessione tra donne e macchine viene suggerita per la prima volta. Ancora una citazione: Non avendo mai avuto un ruolo unificato - o anche un corpo che l’uomo consideri completo - la donna è sempre stata in prossimità con la materia astratta, la realtà virtuale del suo funzionamento.

Ancora citazioni, che non necessitano commento, di Anna Camaiti Hostert: E’ cruciale che le donne siano coinvolte nell’investigare, esplorare e dare forma alle realtà tecnologiche del futuro e I cyborgs... sono mostri che, con le donne e le scimmie, condividono un luogo destabilizzante nella grande narrativa evoluzionista e biologica occidentale. Possono pertanto prefigurare e rifigurare mondi possibili e dimostrare altri ordini di significazione e di Allucquere Rosanne Stone: Dimenticare il corpo è un vecchio trucco cartesiano, che ha conseguenze spiacevoli su altri corpi che vengono messi a tacere dalla nostra decisione di prescindere dal corpo stesso; cioè quelli sulle cui fatiche si fonda l’atto di dimenticare il corpo - di solito le donne e le minoranze. Sarebbe interessante che si traducessero in Italia le opere di Donna Haraway, che pare essere il caposcuola del ciberfemminismo.

La donna insomma come interlocutrice critica e simpatetica del virtuale e della risomatizzazione. Infine, l’arte. Mi rifaccio a De Kerchove, anche qui citando senza commento: Un vero artista oggi deve esplorare le nuove tecnologie, le relazioni tra psicoologia e tecnologia, perché oggi nessuno lo sta facendo, oggi non esiste nella società una funzione che lavori sulle macchine per interpretarne i linguaggi e l’impatto sulla sensorialità, sul cognitivo, sull’individuo. Ambiti privilegiati dell’esplorazione artistica saranno il virtuale, la vita artificiale e la telepresenza. La funzione dell’arte è di fare il punto tra la tecnologia da una parte e la psicologia dall’altra... L’arte fa il punto tra le due perché opera all’interno della sensibilità, è come un’interpretazione della tecnologia... Oggi, per la prima volta nella storia dell’uomo, la stabilità genetica e quella anatomica non sono più così sicure, perché è possibile agire direttamente sul codice genetico. Anche se siamo solo all’inizio, è possibile comprare i brevetti delle scoperte del progetto Genoma... e stanno nascendo forme d’arte basate sulla trasformazione genetica.

Forme estreme di ricerca artistica corporale come le performances di Stelarc con le sue protesi e le metamorfosi chirurgiche di Orlan sono sintomatiche. Ci ritroviamo qui all’incrocio di due prometeismi: la creazione di mondi, la ricreazione del mondo, e tutto si gioca nel e con, e sperabilmente per, il corpo. Due sfide che hanno il carattere fascinans et tremendum del sacro, e mettono in discussione e alla prova confini da lungo sanciti. Potremmo riprendere la riflessione sul versante delle biotecnologie, ma devo terminare.

Lo faccio a partire dalla significativa sincronia segnalata da Carlini: nello stesso anno, il 1976, cominciò l’avventura tanto della Apple che della Genentech. Il vero pericolo è quello di lasciare all’industria il monopolio del corpo che siamo. Quale che sia il mondo che ci attende nel ciberspazio, ci siano psicopompi l’arte e il femminino.

Mario Turello