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di ATLANTE NEOBAROCCO

PAROLE E VISIONI SUI SENTIERI DEI SANTI

Ho scritto tanto, riempito pagine intere di parole, giorno dopo giorno: ogni cosa che mi veniva detta; ogni indicazione che cercavo di tradurre in suggestione; gesti da “tenere” schematizzati in lettere su pagine bianche; frasi che sino al giorno prima avevano fatto parte del mio quotidiano messe su fogli, pronte per assumere la nuova identità di “battute”.
Io sono fatta così…conservo le parole!
È come se la mia mente sentisse l’esigenza del “bianco su nero”.


Naturalmente sono parole illustrate da immagini molto concrete, raccolte durante brevi ma sincere visite nei “luoghi” dei nostri santi: le mura di una cappella riempite di frasi religiose e analfabete, in mezzo ad un campo di ulivi; statue solenni, un po’ tristi, in una sala d’attesa prima del loro trionfo in processione; sacrestani che accolgono attori alla ricerca di cose “vere”. Vere come una nonnina che ci racconta del rapporto con il suo santo davanti ad un piatto di “mustaccioli”; vere come un bambino che si addormenta durante la rappresentazione, in piazza, di un martirio.
Tutte cose che fanno parte della quotidianità salentina e per questo forse date troppo per scontate di fronte a chi non ha la fortuna di vederle e viverle.
Allora ognuno di noi si è messo a raccontare il suo santo, la sua “figura” a cui dare spessore, in una scena dove si è recitato a tutto tondo, non davanti ad un pubblico, bensì “circondati” da persone alle quali si è chiesto di essere partecipi dei nostri racconti: le date, la festa, il martirio, la paura del santo che sette attori salentini hanno cercato di far rivivere, aiutati dai gessi colorati e le parole di Mariano Dammacco e dal, sempre più inaspettato potere della voce di Silvia Lodi.
Abbiamo dato e trovato insieme aspetti di umanità del santo che spesso la religione e il fanatismo ci fanno scordare. Che cosa pensa la statua, in processione, che trema per il passo incerto dei fedeli che la sorreggono e la trasportano per le vie della città?
È contento il santo degli addobbi floreali e dei rosoni di lampadine colorate con i quali la piazza viene addobbata in suo onore?
Si asciuga il sudore dopo una lunga giornata di festeggiamenti? E dorme in piedi quando per riposarsi ritorna nella sua nicchia?
Credo che sia impossibile chiedere ad un attore di interpretare la santità ma raccontare il santo è diverso. Ecco perché sono importanti le parole. Perché ancora adesso rileggendo i miei quaderni di quei giorni riesco a “sentire” la presenza di quelle figure e di quei piccoli avvenimenti che hanno popolato il nostro racconto: l’incontro di una bambina con un santo tutto nero; statue rifugiate dopo il crollo della chiesa; una anziana signora che litiga con il suo santo per poi riavvicinarsi a lui con una carezza e altre vecchie donne, vestite di nero, sedute sull’uscio di casa, che si dondolano sgranando un rosario; una madre che dorme fra le foglie di tabacco, sognando un bambino che allatta dal suo seno, un’altra, bella e ferita, che rimane in disparte e guarda la processione da lontano, e un viandante che vaga fra gli ulivi, i sentieri i confini e i luoghi di sosta, alla ricerca, come noi, di concretezza e spessore.
Tirando le somme, un elenco di parole sostenute da altrettante immagini e colorate da varie qualità di silenzi e voci. Una lista preziosa da conservare e che ognuno di noi attori in quei giorni ha assemblato secondo una sua logica e un percorso che vicendevolmente ci siamo raccontati. E, “miracolosamente”, ci siamo accorti di aver fatto la stessa strada.
Dove siamo arrivati ancora non lo sappiamo. Io non so ancora a che punto del sentiero mi sono fermata. So solo che “al santo ci credo!”.

Graziana Arlotta
. _________[13-10 10:39]
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